Grappoli di Attenzione per un Rosso Toscano

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Chicchirossi, Blend di Rossi Toscani, Fattoria San Michele a Torri.
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Quello che colpisce di questa etichetta, molto essenziale, è la nitidezza dell'illustrazione del grappolo d'uva, o meglio, della sua rappresentazione. Molto bello, attraente, luminoso, coerente con il nome "Chicchirossi", molto "realistico" ma forse poco reale, in senso di poco somigliante a un vero grappolo d'uva. Certo colpisce molto il cromatismo rosso brillante sullo sfondo scuro. L'iconografia è classica (un grappolo, se ne vedono dappertutto) ma attira l'occhio e stabilisce un "contatto". Anche il nome, a dirla tutta, nella sua semplicità descrittiva risulta comunque originale e non inflazionato. Chiamare "chicchi" gli acini d'uva può essere un po' arcaico o forse infantile, ma ci può stare, soprattutto per differenziarsi dagli altri, dai concorrenti. È anche probabile che "chicchi" sia più utilizzato in Toscana, come verbalizzazione, rispetto ad altre parti d'Italia. Per chiudere questa breve analisi, ritorniamo su quanto accennato all'inizio: emerge una essenzialità data da pochi elementi. In sostanza tre: il nome del vino, l'illustrazione "fotografica" al centro dell'etichetta e infine logo e nome del produttore alla base della bottiglia. Poche cose, ben "tornite". 

L'Attimo del Sorso, Gioia e Immediatezza

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Leuconoe, Aglianico del Vulture, 
Cantine Madonna delle Grazie.

grafica branding labelling marketing comuniazione advNarra la leggenda che Orazio dedicò un poema a Leuconoe (il nome di questo Aglianico vinificato in bianco) una delle donne che egli amò di più nella sua vita. Il significato di questo nome non lascia dubbi, riguardo alla dedica a una donna "dalla candida mente". Significativa è anche, e molto, la parafrasi della poesia: "Tu non chiedere - non è concesso sapere - quale fine a me e quale fine a te gli Dèi abbiano concesso, o Leuconoe, e non consultare i calcoli babilonesi. È meglio patire ciò che sarà, sia che Giove ci attribuirà molti inverni o che questo sia l'ultimo, il quale fa infrangere le onde del mar Tirreno sulle opposte scogliere. Tu sii saggia e filtra i vini e recidi ogni lunga speranza che oltrepassi il breve spazio del tempo immediato. Mentre parliamo esso è già fuggito. Cogli l'attimo, credendo il meno possibile nel domani". Nell'illustrazione in etichetta il produttore, con stile originale, moderno ma che richiama l'Antica Grecia, raffigura una donna dalla chioma "di grappolo", in suadente posa. Etichetta molto attraente, con uno stile proprio; nome un po' difficile da pronunciare e da assimilare ma dal significato profondo che esprime un concetto che il vino, questo vino ma anche il vino come prodotto in generale, può evidentemente sostenere. Saggezza e immediatezza. Che altro?

La Donna Piace Vellutata (Ammandorlata) e Odorosa

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Vino alla Mandorla, vino aromattizzato, Turrisi.

grafica illustrazione branding marketingDicono che per attirare l'attenzione, quando non si ha una alternativa forte, concettuale, incisiva, sia sufficiente, se non necessario, scomodare cuccioli di animali o nudi d'uomo (e donna). Ed ecco qui un esempio che sembra calzare a pennello. Si tratta di un vino aromatizzato alla mandorla che non ha un nome vero e proprio e che delega l'attenzionalità e la memorabilità a una illustrazione che possiamo definire lasciva, sia pure con stile artistico. La chicca, diciamo così, concettuale, è nella frase che viene riportata a destra e a sinistra della figura di donna ignuda al centro dell'etichetta: "L'ebbrezza di un sapore unico, figlio del sole e di madre Venere, forza di fuoco, trasparente come occhio d'ambra, vellutato e odoroso come di te, donna". Non sappiamo se il prodotto è stato pensato per un pubblico femminile o per quello maschile (di riflesso). Certo che il tutto non è particolarmente dotato di equilibrio comunicativo, anche, ad esempio, come cromatismi, che vedono mescolati il rosa, i toni del rosso e dell'arancio, con l'oro della cornice. Per tutto il resto deciderà il gradimento del pubblico!

In Alto i Cori (nel Senso di Cuori)

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Allegracore, Etna Rosso Doc, 
Fattorie Romeo del Castello.

Sono più di una le particolarità dell'etichetta di questo vino e dell'azienda che lo produce. Partiamo dal nome, "Allegracore". Molto bello. Evoca positività, convivialità, serenità. Potrebbe sembrare un neologismo, una invenzione, invece sembra proprio che sia legato all'antico e locale nome della zona dove cresce la vite di Nerello Mascalese che genera questo vino rosso, tipico delle pendici dell'Etna. Si tratta della Contrada Allegracore, appunto. Nome toponomastico, prontamente e giustamente adottato dall'azienda per questo vino.
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Altra particolarità di questa etichetta. che come grafica e impaginazione non offre grandi emozioni, è il fatto che sulla destra mostra una... carta da parati. Proprio così. D'autore, che firma in basso, ma pur sempre una carta da parati. Nelle molteplici versioni dell'etichetta (crediamo diverse per ogni annata) si trovano vari motivi floreali con le relative definizioni (in piccolo in verticale) come "sala da pranzo" o "anticucina". Certamente originale, anche se il senso di tutto ciò non è molto chiaro. Oltre a questo, leggendo in rete la storia dell'azienda, si scoprono altre notizie interessanti, ad esempio che i locali dell'azienda ospitano una collezione di etichette e di bottiglie d'autore a cura di Chiara Vigo, figlia della titolare Rosanna Romeo del Castello, autrice inoltre del libro "Arte e vino. L'etichetta d'autore come immagine del gusto". Se aggiungiamo che nel corso dell'ultima devastante eruzione dell'Etna, nel 1981, la lava ha miracolosamente evitato di distruggere la vecchia vigna di famiglia, passando proprio di fianco ad essa, la cronaca delle particolarità è completa.

Un Saggio Sofista di Troia

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Sofista, Nero di Troia, Tenuta Ripa Alta.

Chi erano i Sofisti? Da Wikipedia apprendiamo, con ottima sintesi, che: "Anticamente il termine σοφιστής (sophistés, sapiente) era sinonimo di σοφός (sophòs, saggio) e si riferiva ad un uomo esperto conoscitore di tecniche particolari e dotato di un'ampia cultura. A partire dal V secolo, invece, si chiamarono "sofisti" quegli intellettuali che facevano professione di sapienza e la insegnavano dietro compenso: quest'ultimo fatto, che alla mentalità del tempo appariva scandaloso, portò a giudicare negativamente questa corrente". Sappiamo anche che dai Sofisti si "distaccò", argomentando quindi in modo differente, la figura di Socrate. Questo Nero di Troia ad opera di una cantina di Cerignola, in Puglia, guidata da una giovane produttrice, Alessandra Leone, si chiama "Sofista". Quasi un vino filosofico, con i suoi 18 mesi di "meditazione" in botti grandi di rovere di Slavonia. L'etichetta, oltre al nome, evoca sapienza anche grazie alla bella raffigurazione di un orologio astrale. Probabilmente nelle scelte per il packaging dei vini di questa azienda ha influito la vicinanza della Grecia che in quelle regioni si manifesta non solo per la tipologia di vitigni ma anche per inflessioni linguistiche e culturali.

Cani, Fate, Vino e Marinai.

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Figlioduncane, Cabernet, Agricola Calafata. 

naming grafica illustrazione comunicazioneLa cooperativa agricola che produce questi vini e che ha generato queste insolite etichette si chiama Calafata. Iniziamo da questo nome, anche perché non è quello che sembra. "Calafata" di certo conduce il pensiero verso una cala (marina) e una fata (magia). Ma nel sito del produttore viene spiegato che: "...prende il nome dai mastri calafati che con la loro sapienza, una corda e della pece rendevano impermeabili al mare e sicure alle tempeste le imbarcazioni fatte con un ascia". A tal proposito Wikipedia ci dice che: "Il calafataggio è una tecnica di impermeabilizzazione dello scafo in legno, eseguita dal mastro calafato. Essa crea una giunzione tra le tavole del fasciame in grado di reggere il mare e resistere nel tempo". Tornando alle etichette del vino, non può passare inosservato il nome di questo Cabernet: "Figlioduncane". Non sappiamo cosa abbia originato questa sorprendente nominazione, possiamo solo notare che l'illustrazione in etichetta riporta un umano con la testa di cane. Lo stile dell'etichetta in generale (così come delle altre etichette della casa) è semplice, ridanciano, originale, coraggioso, disincantato, si potrebbe dire anche artistico. Da notare che nell'etichetta dello Scapigliato (vitigni Ciliegiolo e Aleatico, che mostriamo qui a destra), in basso in piccolo, c'è scritto "Vino da merenda" che aggiunge simpatia a simpatia. I nomi degli altri vini? Levato, Almare, Gronda, Iarsera. Complimenti.

Mucche Frizzanti per Etichette Biodinamiche

Frizzante Rosé, Meinklang.

Questo produttore austriaco ha dato nomi in italiano ad alcuni dei propri vini. In particolare abbiamo notato il "Frizzante Rosé" che per noi italiani è una definizione, ma in questo caso si "erge" a nome, forse perché in Austria l'italianizzazione è comunque sempre di moda. Ma le particolarità di questa etichetta certamente non finiscono qui. Innanzitutto è graficamente molto pulita, essenziale ma non banale. Questo è dovuto al colore che la connota e la fa risaltare se esposta a scaffale. E poi quella mucca fustellata (cioè in pratica l'etichetta è bucata) certamente genera originalità. Forse è un bue da aratro. Questo renderebbe l'immagine più attinente col mondo del vino e in generale con un certo discorso agronomico e "naturale". Il nome dell'azienda, "mein klang" in tedesco significa "il mio suono" (forse quello del campanaccio della mucca o del bove) ma anche "il mio segno", in pratica, "la mia firma". Pochi elementi ma quasi tutti attenzionali. Ultimo nella nostra analisi ma primo nell'impaginazione dell'etichetta, il carattere di scrittura di "Meinklang" che si può definire moderno e anacronistico, ma anche diverso dal solito sia pure mantenendo un'ottima leggibilità.

Non Tutto è Perduto

CruPerdu, Franciacorta Brut, Castello Bonomi.

Questo Franciacorta prodotto con il 70% di Chardonnay e il 30% di Pinot Nero della medesima annata, si chiama "CruPerdu". Potrebbe sembrare lingua francese, o un francesismo, ma in realtà può essere ricondotto anche a un modo dialettale di significare... il suo significato. Ecco infatti la spiegazione del produttore che si può leggere nella pagina dedicata del sito web: "È l’estate del 1986 quando Luigi Bersini, Chef de Cave alla Bonomi, lasciando le vigne per dirigersi verso il bosco, scorse tra edere ed arbusti selvatici alcune piante di vite. Scoprì che il bosco, negli anni, si era impossessato di una porzione di terreno nascondendo un vecchio vigneto. La passione e l’amore per la terra hanno convinto il bosco a ritirarsi per consentire una seconda vita a quei preziosi filari. Il vigneto perso, il CruPedru, dona il nome a questa splendida cuvée". La storia, sia pure semplice, suscita interesse per due ragioni: in primis perché recuperare un vecchio vigneto è sempre, storicamente e qualitativamente, interessante. Secondo perché l'opera dell'uomo che riporta in vita la vite diventa encomiabile agli occhi di appassionati e degustatori. Certo che il vino avrebbe potuto chiamarsi anche "CruRecu", scherziamo giusto per dire che il senso di vigneto "recuperato" sarebbe stato ugualmente nobilitante. Ma insomma, una storia c'è ed è stata giustamente evidenziata, proprio a partire dal naming. Per quanto riguarda il resto dell'etichetta, la grafica, il packaging, l'impaginazione degli altri elementi presenti, possiamo notare la classica forma a scudo (molto presente nelle etichette della Franciacorta) che racchiude il nome e il logo del produttore (un castello ben stilizzato), mentre un tassello in basso isola il nome del vino. Etichetta molto classica, ben eseguita, ma che concede poco alla creatività e quindi all'emozione.

Un Tempranillo "di Nicchia" in Toscana

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Vigna alle Nicchie, Tempranillo, 
Pietro Beconcini.

Le etichette di questo stimato produttore di San Miniato (Pisa) si fanno notare per alcuni particolari di cartotecnica, per alcune scelte grafiche e per alcuni nomi attribuiti ai vini in gamma (oltre a quello qui presentato abbiamo anche: Ixe, Fresco di Nero, Reciso, Maurleo, Caratello, Aria, etc.). Ma non sono etichette eccezionali. Spiccano delle soluzioni originali e coraggiose ma anche degli errori di comunicazione legati al modo di presentare gli elementi del packaging. Diciamo che c'è un sostanziale pareggio tra le positività e le negatività. Abbiamo preso come esempio l'etichetta di uno dei vini di punta dell'azienda, prodotto con il Tempranillo, vitigno di origine spagnola riscoperto, tra l'altro ancora su piede franco (pre-filossera), anche nelle campagne toscane dove ha sede questo produttore. L'esperimento ha condotto alla produzione di un vino d'eccellenza che si chiama "Vigna alle Nicchie". Il nome, va detto subito, non riporta a "nicchie" nel senso di anfratti, bensì: "La vigna delle nicchie è chiamata così perché questo piccolo appezzamento di collina è un giacimento di conchiglie fossili di mare (“nicchie” in dialetto toscano) su una base di argilla bianca e arenaria. Proprio su questa collina si trova l’unico vigneto secolare di piante Tempranillo, da cui vengono prodotte in numero limitatissimo le bottiglie di questo vino". Così riferisce il produttore nel proprio sito internet. Bello, anche se va spiegato, il riferimento alle conchiglie fossili, evidentemente un componente importante nella struttura organolettica del vino. L'etichetta, graficamente, presenta in alto il nome, scritto con un carattere che non ne facilita la lettura, la firma del produttore al centro (in corsivo ma in fin dei conti leggibile), tre definizioni tecniche in basso (vitigno, regione, alcool), uno sfondo scuro con una "riserva di stampa" dove a fatica emerge l'elmo di un alfiere e infine un taglio, fisico, nella carta, che "squarcia" l'etichetta come una sciabolata (o forse rappresenta un tralcio, chissà). Una sottile cornice racchiude il tutto. Pregi: la cartotecnica con il taglio (meglio sarebbe stato sottolinearlo anche cromaticamente), la "filigrana" con la texture dell'alfiere, il fondo nero che fa emergere gli elementi. A sfavore: come già detto il carattere di scrittura del nome, l'eccessiva sobrietà dell'impaginazione che non valorizza il design in generale, la cornice poco visibile e quindi poco efficace del punto di vista contenitivo, la "gratuità" del taglio trasversale (cioè la sua posizione, non l'idea in se stessa che è valida) che va a "colpire", a interrompere, l'immagine sottostante.

Post-Moderno Cartoon in Terra di Confine

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Schioppettino di Prepotto, Pizzulin.

grafica labelling winelabels etichette vinoSi può dire tutto e il contrario di tutto riguardo a questa etichetta ma certo non si può negare che sia simpatica a prima vista. Grazie ad un gioco di cerchi (di bolle colorate se vogliamo) ci si accorge subito di un accattivante muso di cane, un bracco probabilmente, che ci guarda con grandi occhi. Un design che "si diverte" con le forme e con i contrasti, creando con pochi tratti e tre colori (solo due, il rosso e il nero, se consideriamo il bianco come una assenza di colore), un'immagine forte e "proprietaria". Certamente originale, soprattutto nella regione e nell'ambito in cui si muove, il Friuli, dove il tradizionale ancora la fa da padrone. C'è da dire che l'azienda si trova a Prepotto, sul confine con la Slovenia, dove negli ultimi anni si assiste a scelte di design, per le etichette dei vini, di maggior intraprendenza. Probabilmente oltre ad esserci una contaminazione tra usi e costumi (e vitigni) si verifica uno "scambio di idee" anche per quanto riguarda il packaging. Non abbiamo un nome per questo vino (e nemmeno per gli altri della gamma dei rossi aziendali): il nome è "Pizzulin", in pratica il cognome del titolare che curiosamente è simpatico anch'esso ed evoca assonanze ludiche e fanciullesche. Degna di nota per la modernità dei tratti anche l'etichetta, del medesimo produttore, del bianco "rarisolchi" (in questo caso un nome c'è) da Pinot Bianco e Sauvignon. Etichetta che riportiamo sulla destra.

La Disuguaglianza Come Valore

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Anisos, Blend di Bianchi, Eugenio Rosi.

Al contadino non far sapere... narra una vecchia filastrocca. Ma questo è il caso in cui il contadino, coltivatore, agricoltore, viticoltore "fa sapere" qualcosa di interessante a noi. Cioè utilizza parole colte per nominare il proprio vino. Come prodotto si tratta di un blend di vitigni a bacca bianca che nasce in Vallagarina, in Trentino. Terra di vino senza ombra di dubbio. Anzi, da quelle parti l'ombra diventa tipicamente proprio un calice di bianco, a tutte le ore, come una allegra merenda. Il blend di "Anisos", questo il nome, si compone in massima parte di Nosiola, con la partecipazione di Chardonnay e Pinot Bianco, tutti coltivati a quote alte, da 400 a 750 metri di altitudine. Tornando alla bottiglia di vino, nel fronte etichetta, le prime parole che si leggono (quelle in piccolo sotto all'illustrazione) sono "Anisos, vino disuguale." E infatti, andando ad esplorare la letteratura scopriamo che Hoepli dice: "Aniso-, primo elemento di parole composte di terminologie scientifiche che indica disuguaglianza: anisocoria, anisotropo". E Treccani conferma: "...dal gr. ἄνισος 'disuguale', comp. di ἀν- priv. e ἴσος 'uguale', primo elemento di parole composte della terminologia scientifica latina e italiana (come anisogamete, anisosillabico, ecc.) nelle quali indica disuguaglianza o dissomiglianza". Insomma un vino che non assomiglia a nessuno. Ambiziosa affermazione che può permettersi solo un vino "artigianale". E a quanto si evince dai racconti del produttore stesso e di chi ha assaggiato questo nettare di montagna, è proprio così. P.S: soprassediamo, per ora, sulle tre inquietanti figure fantasmiche in rosa che "abitano" l'etichetta: diciamo che si tratta di una scelta artistica e quindi, anch'essa, culturale.

L'Agnello Perde il Pelo e Diventa Lupo

packaging grafica branding comunicazioneCarmenero, Carmenére, Ca' del Bosco.

Si tratta proprio di "quella" Ca' del Bosco, nota soprattutto per l'omaggio ad Anna Maria Clementi, fondatrice dell'azienda e oggi nome e icona del vino di punta, un Franciacorta dal lunghissimo affinamento. L'azienda produce anche dei rossi. Tra questi spicca questa etichetta (e anche l'originalità del vino che veste) che si manifesta come molto diversa "dal solito". Proponiamo subito la bella descrizione che il produttore riporta nella pagina web dedicata a questa bottiglia: "Provocazione. Ma anche rivelazione. La storia viene ironicamente ben raffigurata sull'etichetta da un lupo con la pelle di agnello. Il Carmenére è un vitigno originario del bordolese, confuso per lungo tempo con il Cabernet Franc. Pur avendo dei tratti organolettici in comune, è un vitigno assai diverso: molto più intenso e speziato. Ca' del Bosco ha conferito nel 1996 l'incarico alla Facoltà di Agraria dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza di svelarne l'esistenza, l'origine e l'identità. Il Carmenero si contraddistingue per il colore molto intenso e cupo, per quel suo aroma potente e speziato, per il gusto pieno, ricco ed originale". L'illustrazione in etichetta, che non rinuncia a turbare gli animi degli estimatori che si avvicinano a questo vino magari per la prima volta, è forte, evocativa, fiabesca ma con contenuti "adulti". È per così dire un azzardo semantico, ma il concetto arriva dritto e preciso, raccontando la sua storia con sagacia e scientificità. Una scelta, compresa quella di proporre un vitigno "strano" (per l'Italia), che denota carattere sia nel lupo-vino, sia in chi ha deciso di proporlo al pubblico.

Acronimie Croniche e Critiche

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MAb, Montepulciano d'Abruzzo, Abbazia di Propezzano.

grafica etichette branding comunicazioneLa battaglia dei semiologi contro le sigle sembra essere già e da sempre una causa persa in partenza, soprattutto in casi come questi. Non parliamo dei nomi degli Studi Legali che sono davvero un caso limite con le indecifrabili iniziali dei soci in modalità elenco alfabetico o "diritto di anzianità" (per cui nascono dei nomi tipo GNMF, piuttosto che A&GN o TRPS che dir si voglia, ma non si riesca). Abbiamo anche esempi di maggior peso per quanto riguarda il marketing mondiale dove UPS, piuttosto che SDA (corrieri) sono stati imitati dalla storica e italiana "Bartolini", riconvertita a BRT. No comment. Ed ecco che anche nel mondo del vino si presentano casi (Clinici? Cinici? Cronici?) in cui i nomi vengono rastremati e ridotti a sigle che lasciano la sincope in bocca. La cantina "Abbazia di Propezzano" ne ha fatta una linea intera di vini, simboleggiando i vitigni con le iniziali dei loro nomi. E così abbiamo un MAb che sta per Montepulciano d'Abruzzo, un PEC che sta per Pecorino, e un FAL (che a dispetto di quello che potrebbe venire in mente) è riconducibile a Falanghina. Essenziali anche le grafiche, in modalità "visual ottico", con un rosone, una croce, un diadema, che differisce solo nel colore per le varie tipologie di vino. Modalità ottica, questa della parte visual, che ci sentiamo di sostenere per la sua indubbia capacità di attirare l'occhio a scaffale e di essere quanto meno abbastanza originale. Per quanto riguarda i nomi dei vini invece, la perplessità permane a livelli elevati. P.S.: nella linea aziendale c'è anche il CAB e la PAS (a voi la facile intuizione).

Omini Bizzarri per il Re del Classico

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Barolo, Diego Conterno.

Le etichette di questo produttore piemontese sono caratterizzate da alcuni "personaggi" estremamente stilizzati, degli "omini" filiformi, che compiono diverse "scenette". Sicuramente si tratta di una modalità nuova per le Langhe, dove regna la classicità non solo nella produzione, ma anche nella comunicazione del vino. Una scelta coraggiosa quindi, distintiva, originale, fuori dagli schemi. E in quanto tale premiante. Certo che per quanto riguarda in particolare il Barolo, qui ritratto a sinistra nella versione "vecchia" e nell'etichetta recentemente rinnovata (col nome del produttore più grande), la fumettistica gag potrebbe sembrare poco seria, troppo giocosa. Nell'etichetta del Barolo di Diego Conterno si vede un omino maschio che dall'alto di una bottiglia (dalle proporzioni sfalsate), avendola forata con un martello, fa defluire il prezioso nettare direttamente dentro a tre bicchieri (curiosamente si tratta di un flut, di un calice a tulipano e di un bicchiere da acqua). Lì di fronte una "omina" donna in attesa, sembrerebbe applaudire. Non c'è che dire, si tratta di qualcosa di bizzarro. Lo stile, diciamo così, fumettistico, è molto sommario, essenziale, fanciullesco. Non ce la sentiamo di esprimere un parere personale positivo, sia pure essendo sempre a favore di soluzioni di packaging innovative e che escono dal "seminato". Sarebbe bello stare a sentire in qualche trattoria della zona i commenti di clienti e colleghi. Per sondare quanto in là può spingersi la voglia di innovare.

Nomi Arrotondati per Vini Austeri

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Rotondo, Aglianico del Vulture, Paternoster.

Questo vino, di una nota azienda di Barile in provincia di Potenza, nella zona vulcanica del Vulture, si chiama "Rotondo". Parola in italiano che lascia pochi dubbi per quanto riguarda il suo significato. Rotondo è il cerchio. Rotondo è il pallone. E parlando di gusto quando si usa questa parola si allude a qualcosa di gradevole al palato. Nel vino in particolare con questa accezione si vuole rappresentare una sensazione vellutata, di confortevole morbidezza. E invece no. Anche perché il vitigno in questione, l'Aglianico è tutt'altro che "rotondo", almeno in origine. Il significato di questo nome va cercato nella toponomastica, come spesso accade per i vini italiani. Infatti il produttore, nel sito internet aziendale, spiega che: "Contrada Rotondo, in agro di Barile, è storicamente uno dei luoghi più suggestivi ed ambiti per la coltivazione del vitigno Aglianico. In loco è ubicata la tenuta “Villa Rotondo”, di proprietà della famiglia". Si tratta quindi del nome di un luogo e non di una caratteristica organolettica. Certo che questo nome potrebbe trarre in inganno il potenziale cliente che vorrebbe trovare corrispondenza tra l'aggettivo e il "gustativo". Può essere che l'azienda abbia volutamente generato questo equivoco per sfruttare la piacevolezza del nome, la sua indubbia rotondità. In ogni caso una riflessione più approfondita sarebbe stata auspicabile.

Metterci la Faccia (Illustrata)

Roero Arneis Docg, Cantina Tibaldi.

Da qualche anno si assiste alla "presa di posizione" di molte giovani donne nelle aziende vitivinicole di proprietà famigliare. Il caso delle sorelle Tibaldi attiene a questo nuovo corso davvero interessante perché inietta nuove energie (ed una più ampia sensibilità, non solo olfattiva e gustativa) in un mondo che fino a poco tempo fa è stato prettamente maschile. Ecco il racconto delle dirette interessate che si trova nella Home Page del sito aziendale: "Circa un anno fa, abbiamo pensato di rinfrescare, dare un tocco più colorato alla nostra etichetta, ideando un'immagine che rappresentasse una giovane cantina nata dal legame tra due giovani sorelle che con allegria e forza trasformano in lavoro la propria passione: il vino. L'immagine che avevamo in mente era un'immagine fresca, allegra, colorata ma soprattutto elegante e femminile. Chi meglio di due artiste donne a trasformare con carta e pennello quest'idea in realtà? Ci siamo rivolte a Carla e Giulia che hanno saputo cogliere i nostri caratteri distintivi e ne hanno creato un'immagine che interpreta appieno le due sorelle, spiritose e vivaci". In pratica il logo che occupa tutte le etichette dell'azienda è stato creato da due donne (illustratrici) per due donne (produttrici). Il risultato? Simpatico, senza dubbio. I due visi ammiccanti di Monica e Daniela creano empatia, allegria, fiducia. Forse il design complessivo delle etichette è migliorabile: adesso è molto essenziale, lineare e "semplice". Nulla di sbagliato, ma qualche elemento grafico valorizzante protrebbe giovare ad una percezione più strutturata dei prodotti.
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La Storia Infinita dei Nomi Autoctoni

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Grecomusc', Irpinia Bianco Igt, 
Cantine Lonardo.

La strana storia di questo vino e del suo vitigno inizia dal nome. Un nome attribuito all'uva in questione dagli avi di quelle terre. Una via di mezzo tra il sentito dire e l'adattamento dialettale di caratteristiche morfologiche. Bella ed esaustiva la spiegazione del produttore nel proprio sito internet. Ecco un sunto: "Uva bianca autoctona nota in passato in Irpinia con il nome di “Grecomusc’” ma iscritta dal 2009 nell’elenco dei vitigni autoctoni italiani con il nome di “Rovello” o “Rovello Bianco”. Il nome coniato dai vignaioli locali è legato al più famoso vitigno “Greco”, anche se con esso non ha alcun legame di parentela. È stato semplicemente usato a lungo come uva da taglio per il Greco. Il Rovello Bianco ha il grappolo grande ma spargolo e il chicco possiede la singolare caratteristica che la buccia cresce a dismisura rispetto alla polpa interna e genera così l'inconfondibile aspetto di uva moscia, "Grecomusc’" appunto. Ciò genera un rapporto solido/liquido a sfavore di quest’ultimo, e genera condizioni di vinificazioni con una scarsa resa in liquido". Insomma una storia di nome e di fatto. Una delle curiosità davvero interessanti che sgorgano da quella fonte infinita di tipologie autoctone di uve italiche. Che patrimonio di conoscenza e che variabilità produttiva!

Cartotecnica, Poetica e Latino per Distinguersi

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Ad Libitvm, Barbera d'Asti, 
Carlin de Paolo.

L'etichetta che qui esponiamo al pubblico giudizio ha una caratteristica "cartacea" (cartotecnica direbbero gli esperti) che la rende abbastanza distintiva (quanto meno attira l'attenzione): una figura d'uomo, illustrata, che praticamente "esce" dal rettangolo dell'etichetta tracciando la propria sagoma direttamente sul vetro della bottiglia.  E' il passo veloce di un contadino di un tempo, forse a rappresentare un mondo che oggi non c'è più ma che attraverso vini tipici ritorna alla mente. E' il simbolo dell'azienda produttrice che si trova a San Damiano d'Asti, in Piemonte, un luogo ancora oggi carico di tradizioni e ricco di testimonianze del passato, architettoniche come culturali. La figura di questo uomo-emblema viene accompagnata, commentata, nel sito web dell'azienda, con queste belle parole: "...con pugno chiuso in segno di fermezza, dal passo lungo e deciso... i pantaloni rattoppati, il cuore largo". Per il resto la grafica dell'etichetta è ordinata ma nei canoni usuali. Il nome del vino, in latino, è stimolante: infatti "Ad Libitvm" si traduce con "a piacere" o "a volontà". Un chiaro invito al consumo del vino in quantità "gioiosa". In particolare per quanto riguarda questa espressione Wikipedia aggiunge: "In particolare, si utilizza spesso negli spartiti musicali, quasi sempre nella forma abbreviata ad-lib, dove indica una serie di battute, in genere un ritornello alla conclusione del pezzo o una coda, che può essere ripetuta un numero indeterminato di volte, a scelta dell'esecutore, e che trae la sua origine quasi sempre da un'improvvisazione effettuata nella fase finale della composizione (da cui l'assenza di scrittura)".

Piccole Aziende Semplici Etichette

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Bianchetta Genovese, Azienda Agricola PinoGino.

branding logo illustrazione comunicazioneColpiscono due cose di questa etichetta ligure: la colorata illustrazione della chiesetta al centro del packaging e il nome dell'azienda, "PinoGino". Il nome del vino non c'è, ma basta citare in etichetta il Golfo del Tigullio e Portofino per fare già centro nell'evocare attenzione verbale. Il primo elemento, dicevamo, la chiesa molto colorata, allegra, insolita, semplice ma iconica, artistica ma senza esagerare. Diciamo pure che la semplicità è la chiave di comunicazione e quindi di lettura di questa etichetta. Non pretende nulla, si dichiara per quello che è e probabilmente per il vino che promette è perfetta. L'azienda produce infatti vini da vitigni autoctoni che fanno della genuinità e della spontaneità la loro forza. Per quanto riguarda il nome dell'azienda, "PinoGino" non ci si deve ingannare pensando a due nomi di uomo, tipo due fratelli, in quanto nel sito si scopre che la titolare è una donna che si chiama Antonella Pino. Null'altro trapela. Forse Gino è il marito o il fidanzato! Nel sito si legge anche che i vigneti sono posizionati attorno all'Abbazia del Conio (o Connio) che sarebbe proprio quella ben raffigurata in etichetta (nella sua struttura reale, ora in stato di abbandono), posizionata nei pressi del paese sede dell'azienda: Castiglione Chiavarese, nell'entroterra ligure alle spalle di Sestri Levante. 

Pop Art e Top Wine tra Azzardo e Sobrietà

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"Quarter Century", 
Lacrima di Morro d'Alba, Lucchetti.

winedesign grafica illustrazione comunicazioneD'accordo, si tratta di una etichetta in "edizione speciale", probabilmente solo per l'export, tra l'altro. Non abbiamo trovato notizie in merito ma la dicitura "Quarter Century" sul retro-etichetta fa pensare a un evento celebrativo che riguarda la storia dell'azienda (o dei vigneti). Certo la grafica di questa winelabel sorprende, a dir poco. Si potrebbe dire che "stordisce", con i colori e le forme accuminate che aggrediscono l'occhio e l'attenzione. Il tema è quello del fumetto, o della pop-art americana di qualche tempo fa, oppure direttamente un omaggio a Roy Lichtenstein, chissà. Fortunatamente l'edizione normale dell'etichetta di questo produttore marchigiano è quella molto più sobria con lo scudo in bianco e nero che abbiamo riportato a destra. Dotata anch'essa, nonostante l'assenza di clamore-colore, di una propria attenzionalità e personalità. Amore per l'arte o voglia di stupire? La strada delle etichette in edizione speciale è comunque rischiosa e va percorsa con cognizione di causa: il "vale tutto" va lasciato sempre come ultima ratio. Se non altro per rispetto verso il prodotto (il vino contenuto nella bottiglia) e dei clienti, siano essi affermati o prospect, dell'azienda.

Tentare è un'Arte, Resistere è Debolezza

grafica marketing comunicazione winelabelsTentaciòn, Tempranillo, 
Bodegas Martinez Corta.

grafica marketing storybranding comunicazioneQuesta cantina spagnola che ha sede e produzione nella celebre zona di La Rioja ha dedicato una intera linea di vini alle... caviglie delle donne. Girando l'argomento in modo più romantico e sensuale diciamo che queste originali etichette sono dedicate all'eleganza e all'attrazione che ancestralmente la femmina esercita sul maschio. Notiamo subito che nell'etichetta è intagliata al vivo la sagoma di una gamba di una donna che indossa una scarpa col tacco molto alto. La connotazione è subito quella della festa, del party, della celebrazione, della serata. E visto che siamo vicinissimi a Capodanno ci possiamo facilmente immaginare una situazione del genere con molti vini in "scaletta" e una convivialità di uomini e donne che hanno voglia di notare e farsi notare, con un pizzico di provocazione in più. Il nome del vino conferma: "Tentaciòn". Facilmente traducibile dallo spagnolo. La tentazione di un vino attinente (alla cena che si sta performando) e di persone attraenti (con l'usilio di qualche calice che, si sa, abbatte qualche ostacolo di troppo). Tornando prettamente alla tecnica visiva, l'etichetta risulta particolare, eloquente, intrigante, coinvolgente. Insomma si fa notare proprio come una bella donna che in più ha indovinato il giusto paio di scarpe. Astenersi feticisti.


Uno Zingaro Siciliano Metà Arabo Metà Francese

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Nawàri, Pinot Nero, Duca di Salaparuta.

storybranding storytelling marketing comunicazioneGli esperti e anche i meno avvezzi sanno che il Pinot Nero, Noir, secondo i nostri cugini d'oltralpe, trova la propria espressione di vera eccellenza solo in Borgogna, regione centrale e collinare della Francia. Ma in realtà ci sono altre aree nel mondo e quindi anche in Italia dove questo vitigno riesce ad esprimersi ugualmente bene. In Sicilia, sulle pendici dell'Etna, la nota casa vinicola Duca di Salaparuta coltiva, nella vigna Vajasindi (nome locale), uve di Pinot Nero per produrre due vini: uno di questi si chiama Nawàri. Nome che attira subito l'attenzione per la sua stranezza: non sembra dialetto, non sembra italiano. E allora come succede spesso in Sicilia bisogna cercare nel mondo arabo, e infatti questo nome risulta essere la traduzione dall'arabo di "Zingaro". Il senso è che il Pinot Nero, come uno zingaro girovago, ha trovato casa anche in Sicilia, trovandosi decisamente bene, su un terreno, come quello che circonda il cratere dell'Etna, quasi interamente vulcanico. Serve aggiungere che tra le caratteristiche del Pinot Nero vi è quella di non adattarsi a tutti i terreni e a tutte le condizioni pedoclimantiche. Si trova bene sono in alcune zone. E lì stabilisce legami con l'uomo e logicamente con la natura. L'etichetta di questo vino, graficamente, è molto pulita, semplice, ma offre particolari di spicco, come il logo relativo alla Tenuta di Vajasindi (quasi una co-marca, rispetto a Duca di Salaparuta) che viene espresso da una "V" in rilievo impressa con inchiostro dorato. Così come una attenta cura e scelta dei caratteri di scrittura di tutti gli elementi verbali del fronte-etichetta. Chiarezza ed eleganza che presentano il prodotto in modo eclatante ed efficace,

Nomi di Vigneti che Diventano Nomi Internazionali

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Shiarà, Catarratto, Castellucci Miano.

marketing storytelling comunicazione graficaSi tratta di un caso abbastanza comune di trasformazione di nome di luogo in nome di vino. E mentre l'annosa questione di come si scrive il nome del vitigno Shiraz (Syrah, Sirà, etc.), in questo caso Shiarà nulla c'entra anche perché il vitigno in questione è bianco ed è esattamente il Catarratto. Il nome di questo vino che nasce a quote alte (da 800 a 1000 mt s.l.m.) sulle Madonie, alle spalle di Palermo, in Sicilia, deriva dal nome della zona, della collina vinicola locale che si chiama "Sciarazzi". Ne deriva una specie di forma dialettale troncata, che somiglia molto a certe accezioni arabe che in Sicilia ancora albergano nelle locuzioni enogastronomiche anche di uso quotidiano. Ed ecco che, grazie anche all'ottima fonetica, alla brevità, al "fascino" del suffisso "sh" che rende il tutto un po' magico e fiabesco, oltre che vagamente internazionale, nasce un nome che è in grado di essere tale a tutti gli effetti, come memorabilità e carisma. Della grafica in etichetta si può dire che: sullo sfondo scuro, antracite, risalta molto bene il nome in carminio. E che in generale questa etichetta si può definire elegante. Migliorabile la leggibilità (ora in inchiostro argento fin troppo specchiante) del logo in alto, che risulta comunque di ottima realizzazione e sintesi (CM, iniziali del nome aziendale e grappolo stilizzato sotto al nome stesso). Aggiungiamo che il vino, commercializzato in soli 13 mila esemplari, viene ritenuto, dalla comunità di esperti assaggiatori, una delle eccellenze siciliane.

Gli Scherzi della Toponomastica

branding storytelling comunicazione marketingGuerra Ranch, Barbera, Topa Mountain.

comunicazione etichette vinoL'azienda vinicola californiana (a nord di Santa Barbara) che produce questo vino (e molti altri in gamma) si chiama "Topa Mountain" ed è stata fondata da un imprenditore di origini italiane, Lauro Guerra. Sarebbe facile fare della (facilissima) ironia e allora, visto che siamo alla fine dell'anno, ce lo permettiamo. In pratica: non sarebbe necessario scomodare qualche toscano per sapere a cosa fa riferimento, gergalmente in Italia, la parola "Topa". Chi la utilizza in California, sostanzialmente per il mercato Usa, è perdonato. Se non fosse che la famiglia che produce questi vini è di origini italiane: qualche parente in patria poteva avvertirli. Ma abbiamo anche un'altra ipotesi: forse, scoperto che le montagne vicino all'azienda e alle vigne si chiamano Topa Topa Mountains (proprio così: Topa è ripetuto due volte, risulta su Wikipedia e sulle mappe di Google) il produttore ha deciso di "giocarci sopra" e ha quindi chiamato così la propria impresa (con una "Topa" sola). Non sarà come la nostra Barbera, questa di coltivazione e produzione californiana, ma certo potrebbe avere un seguito, come dire, emozionale, anche commercializzata qui da noi. E potrebbe essere concorrenziale, se non altro per quel nome che campeggia sull'etichetta in bella evidenza. Scherzi della toponomastica. E voglia di scherzare anche per noi, non se la prendano le gentili signore e signorine che seguono questo blog. Di fatto è un esempio di come gli incroci linguistici possono produrre effetti inaspettati o anche volutamente provocatori. 

Insoliti Rosati Fra Leggende e Belle Realtà Lucane

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Frà, Aglianico del Vulture Rosato, Grifalco.

grafica branding comunicazione mktgCi sono almeno due elementi  da esaminare in questa etichetta (forse tre). Uno è "nascosto" nella sua versione letterale (si legge dietro nel retro-etichetta), cioè il nome del produttore: "Grifalco" rappresentato sul fronte solo dall'illustrazione come vedremo dopo. Sovviene anche ai meno fantasiosi che "Grifalco" è un neologismo che forma una parola unica attraverso la fusione di altre due. In pratica la leggenda del Grifone si unisce alla realtà del Falco. Dove il Grifone risiede nei racconti e nelle leggende del luogo, mentre il Falco il luogo lo presidia, in buon numero, come rapace e guardiano delle vigne. Siamo nella Lucania, piccola microregione della Basilicata, dove l'Aglianico (vitigno) è il Re e il Vulture (il vulcano) il suo mentore. La seconda analisi che si può fare deriva dal nome del vino vero e proprio, cioè "Frà". Ebbene si tratta del solito omaggio a una persona (in questo caso Francesca, la figlia del produttore) che però questa volta ha anche un significato interessante e coinvolgente: il vino è un rosato, quindi, nelle intenzioni divulgative dell'azienda, si tratta di un vino che non è né rosso, né bianco. Quindi si colloca "Frà" il rosso e il bianco, in una terra di mezzo in grado però di dare molte soddifazioni. Volendo c'è una terza e ultima considerazione: per il design e per le scelte cromatiche dell'etichetta. Certo il colore del vino è particolare e tutto sommato non stona con quell'azzurro cielo che di alimentare ha davvero poco. Si nota certamente il gradevole, emblematico e ben realizzato rapace iconografico che "domina" l'etichetta.